Quarantena: l'hanno inventata i porti italiani, nel Medioevo. A pagarne il conto sono ancora i marittimi
Nella primavera del 2020 mezzo mondo ha scoperto la parola “quarantena” come fosse un'invenzione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, partorita in qualche ufficio di Ginevra insieme al plexiglass e al gel igienizzante. Editorialisti indignati, virologi improvvisati, politici che fino al giorno prima non sapevano la differenza tra un tampone e un cotton fioc: tutti a spiegarci la quarantena come fosse l'ultima trovata della burocrazia sanitaria.
Peccato che la parola, e la pratica, le abbiamo inventate noi. Non gli epidemiologi del ventunesimo secolo: i porti italiani del Trecento. E chi l'ha pagata sulla propria pelle, per primo e più a lungo di chiunque altro, è sempre stato lo stesso soggetto: il marittimo, lasciato in mare mentre tutti gli altri decidono per lui.
Trentina, quarantina, e un Consiglio che sapeva il fatto suo
Ragusa, oggi Dubrovnik, allora città-porto sotto influenza veneziana. È il 1377, la peste nera ha appena falciato un terzo dell'Europa, e il Gran Consiglio cittadino fa una cosa che oggi chiameremmo “misura basata sull'evidenza”: impone che le navi in arrivo da zone colpite dalla peste restino isolate trenta giorni prima di poter sbarcare merci ed equipaggio. La chiamano “trentina”. Funziona, ma non abbastanza: il periodo viene presto allungato a quaranta giorni, e nasce la “quarantina” — da cui, in veneziano, “quarentena”, da “quaranta”, dal latino “quadraginta”.
Da Ragusa la pratica si diffonde a macchia d'olio nei porti del Mediterraneo: Venezia, Genova, Pisa, Marsiglia. Non per filantropia: per proteggere i commerci, che è poi la ragione per cui qualunque regola marittima seria viene scritta, ieri come oggi. Il termine passa in inglese solo a metà Seicento, dopo che i mercanti britannici osservano la pratica nei porti mediterranei e se la portano a casa insieme alle spezie. Per quattro secoli, prima che il resto del mondo imparasse la parola, chi stava chiuso sulla nave al largo del porto — a volte in baracche di legno improvvisate, con uno scrivano, due guardie e un becchino come unica compagnia — erano gli equipaggi.
Il dettaglio che i convegni di public health del 2020 hanno sistematicamente omesso: la quarantena non è mai stata una misura astratta applicata “alla popolazione”. È sempre stata, prima di ogni altra cosa, una misura imposta a chi lavora in mare. Il marinaio in quarantena non stava scegliendo di restare a casa con Netflix: stava chiuso su una nave, lontano dal porto, aspettando che qualcuno a terra decidesse che poteva finalmente scendere.

650 anni dopo, cambia la burocrazia, non la sostanza
Oggi la “quarantena” non si chiama più così nei documenti ufficiali: si chiama Maritime Declaration of Health, il modulo previsto dalle International Health Regulations dell'OMS e coordinato con la Convenzione FAL dell'IMO, che ogni nave deve presentare alle autorità sanitarie portuali prima di ottenere la cosiddetta “libera pratica”. Stesso principio del 1377, aggiornato con un PDF da compilare invece di uno scrivano con la penna d'oca. La sostanza — un equipaggio che resta bloccato finché qualcun altro non firma — non è cambiata di una virgola.
E quando il sistema si inceppa, lo si è visto bene nel febbraio 2020 a Yokohama, con la Diamond Princess: 3.711 persone a bordo, 2.666 passeggeri e 1.045 membri di equipaggio, chiusi in quarantena per quattordici giorni al largo del porto giapponese dopo che un passeggero sbarcato a Hong Kong era risultato positivo al coronavirus. Alla fine i contagiati a bordo furono oltre 542. I media di tutto il mondo hanno scoperto in quei giorni, increduli, che “si può restare bloccati su una nave”. I marittimi lo sapevano da 650 anni.
Perché dovrebbe interessarti, se stai per imbarcarti
Non è folklore da bar: la gestione delle emergenze sanitarie a bordo, le procedure di dichiarazione marittima di sanità e i protocolli di isolamento fanno parte della formazione STCW che ogni futuro ufficiale e marittimo deve affrontare, insieme a tutto quello che nessuno ti racconta davvero finché non lo vivi al primo imbarco: documentazione, procedure portuali, burocrazia che cambia da scalo a scalo e che va capita prima, non improvvisata in banchina con la nave in ritardo di partenza.
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